IL TESTO DI EPITTETO

IL TESTO DELLA 'TAVOLA DI CEBETE'

IL TESTO DI MARCO AURELIO

IL TESTO DEGLI 'STOICORUM VETERUM FRAGMENTA'

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THE TEXT OF EPICTETUS

THE TEXT OF 'THE TABLE OF CEBES'

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IL TESTO IN EVIDENZA

 

 

'Giocarsi. Diairesizzare. Vincere'

Il Testo di Epitteto

La mia traduzione italiana dell’ 'opera omnia' di Epitteto ha per titolo 'L'ALBERO DELLA DIAIRESI'. Essa si compone di sei unità: quattro libri di 'Diatribe', i 'Frammenti', il 'Manuale'.
1) Libro I delle 'Diatribe' - "Uomo, tu hai una proairesi per natura non soggetta ad impedimenti e non soggetta a costrizioni. Qui, nelle viscere, questo è stato scritto". (I, 17, 21) - Il Libro I consta di trenta capitoli.
2) Libro II delle 'Diatribe' - "Tu soltanto ricordati di quella diairesi in armonia con la quale si definisce quanto è in tuo esclusivo potere e quanto non lo è". (II, 6, 24) - Il Libro II consta di ventisei capitoli.
3) Libro III delle 'Diatribe' - "Che gran cosa è poter dire a se stessi: ciò di cui gli altri parlano solennemente nelle scuole reputando di dire paradossi, io lo realizzo. Seduti, essi spiegano le mie virtù e ricercano su di me, inneggiano a me". (III, 24, 111) - Il Libro III consta di ventisei capitoli.
4) Libro IV delle 'Diatribe' - "Perché dunque dicevi che è un uomo? Giacché si giudica forse ciascun essere dalla mera conformazione? Dacché, così, dì che anche quella di cera è una mela. Deve anche averne la fragranza ed il gusto, non basta il connotato esteriore. Neppure naso ed occhi sono dunque adeguati a fare l'uomo, se non avrà giudizi da uomo". (IV, 5, 19-20) - Il Libro IV consta di tredici capitoli.
5) I 'Frammenti' - "E' d'uopo sapere che un giudizio non diventa facilmente presente ad una persona se uno i medesimi giudizi ogni giorno non dicesse e sentisse dire ed insieme usasse per vivere". (Fr. XVI) - I 'Frammenti' di sicura attribuzione vanno dal numero I al numero XXVIIIb. I 'Frammenti' dubbi e spuri vanno dal numero XXIX al numero XXXVI.
6) Il 'Manuale' - "Se qualcuno delegasse il tuo corpo a chi ti viene incontro, ne fremeresti. E che tu deleghi la tua intelligenza a chi capita affinché, se sarai ingiuriato, essa ne sia sconcertata e confusa: per questo non ti vergogni?" (Manuale, 28) - Il 'Manuale' consta di cinquantatré capitoli.

Sono accessibili alla lettura diretta i titoli dei 95 capitoli che compongono i quattro libri delle 'Diatribe', insieme ai titoli dei circa 600 paragrafi in cui ho suddiviso i capitoli. Sono accessibili alla lettura diretta tutti i 'Frammenti'. Sono accessibili alla lettura diretta i titoli dei 53 capitoli del 'Manuale'.
Non sono accessibili alla lettura diretta, ma richiedono l'apertura con carta di credito, i testi dei 95 capitoli che compongono i quattro libri delle 'Diatribe' ed i testi dei 53 capitoli del 'Manuale'. Sono dunque cinque le unità il cui accesso è possibile soltanto dietro rimborso all'autore.

Per l'apertura di ogni singola unità chiedo un rimborso di 12,91 € da accreditarmi con carta di credito.
E' inoltre disponibile una settima unità la quale contiene la traduzione dell' 'opera omnia' di Epitteto. Chi desiderasse accedere a questa unità può farlo dietro rimborso all'autore, sempre con carta di credito, della somma di 51,65 € .

Il modo più semplice e più diretto per l'acquisto dei testi del mio eBook è indubbiamente quello on-line mediante carta di credito. Cliccate la finestra 'Acquista il libro' oppure 'Acquista tutti i libri'. Vi sarà chiesto di codificarvi riempiendo un certo numero di campi, e di fornire un vostro indirizzo email. Seguite quindi passo passo la semplice procedura che vi sarà indicata. La transazione bancaria di 12,91 € per l'acquisto di un singolo libro, oppure di 51,65 € per l'acquisto di tutti i libri, è criptata e sicura. Una volta effettuato il controllo automatico dei dati della vostra carta di credito, nel giro di pochi secondi riceverete all'indirizzo email da voi fornito due messaggi. Il primo è un messaggio della Banca Sella che vi comunica l'avvenuta transazione e la sua correttezza. Il secondo è un messaggio, proveniente dalla Ipsnet, di ringraziamento per l'acquisto effettuato e recante il testo acquistato come 'attached-file'.

The Text of Epictetus

'The Diairesis Tree' is the title that I gave to my English translation of all the extant works of Epictetus. The translation, now in progress and available for free on this site, can be found at the page 'All Epictetus in English'.

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Il Testo della 'Tavola di Cebete'

La traduzione della 'Tavola di Cebete' che qui presento è liberamente accessibile ed è stata da me condotta sulla base del testo greco pubblicato da D. Pesce: ‘La Tavola di Cebete’ Paideia Editrice, Brescia 1982, nella collana ‘Antichità classica e cristiana’. Questo testo riproduce essenzialmente l’edizione critica di K. Praechter (Teubner, Lipsia 1893). Io me ne sono discostato in un luogo solo.

 

The Text of 'The Table of Cebes'

 

The present translation has been carried out using the Greek text published by D. Pesce in: ‘La Tavola di Cebete’ Paideia Editrice, Brescia 1982, in the series ‘Antichità classica e cristiana’. This text is basically a reproduction of the critical edition of the ‘Cebe’s painting’ prepared by K. Praechter (Teubner, Lipsia 1893). I have introduced only one minor variation.

 

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Il Testo di Marco Aurelio

La presente traduzione dell'opera di Marco Aurelio è liberamente accessibile ed è stata da me condotta sulla base del testo greco pubblicato in edizione critica da Joachim Dalfen con il titolo: MARCI AURELII ANTONINI Ad se ipsum Libri XII, Teubner, Leipzig, 1979. Ho tuttavia tenuto conto anche di numerose altre edizioni del testo di Marco Aurelio preparate da diversi autori e, in davvero pochi casi, di esse mi sono servito laddove una congettura testuale mi sembrava più convincente di quella proposta da Dalfen.

Com’è noto, già nell’antichità l’opera di Marco Aurelio non aveva un titolo. La cosa non deve sorprendere, perché allora era pratica comune che un testo non avesse un titolo finché qualcuno, che in genere non era l’autore, si incaricava di darglielo nel momento in cui rendeva l’opera di pubblico dominio. Il testo è stato citato fin dall’antichità semplicemente come ‘ta èis heautòn ethikà’, ‘tòu idìou bìou agoghè’, e poi, a partire dal 1559 d.C., ha avuto come titolo ‘De seipso seu vita sua’, ‘Meditations concerning himself’, ‘Pugillaria’, ‘Pensieri’, ‘A se stesso’ , 'Ricordi' e numerosi altri.
Siccome io giudico, insieme ad Epitteto, che la sola ed unica cosa della quale l’uomo può avere una conoscenza non libresca è la sua propria proairesi e siccome lo scritto di Marco Aurelio è palesemente una continua variazione su quest’unico tema della natura, dell’essenza e dello stato della sua proairesi, mi è parso del tutto naturale intitolarlo: ‘La proairesi a se stessa’.

Essendo infine io, per questo motivo, alieno alle bibliografie ed altri simili apparati, ho posto ogni cura nel risparmiarli a chi mi legge, ed ho badato esclusivamente alle questioni di sostanza, fidandomi per la compiuta comprensione del testo delle brevi introduzioni che ho apposto ad ogni frammento. Chi, nonostante tutto, avesse invece insopprimibili smanie per l'oscurità e il masochismo camuffati da ‘competenza’, non ha certamente bisogno delle mie indicazioni per trovare tra le fatiche di tanti emeriti professori abbondante modo per soddisfarle.

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Il Testo degli 'Stoicorum Veterum Fragmenta'

Nel 1886, mentre preparava la sua edizione delle opere di Epicuro, Hermann K. Usener, allora professore all’Università di Bonn, affidò ad uno dei suoi allievi, Hans von Arnim, il compito di individuare e di raccogliere, setacciando l’intera letteratura greca e latina, il maggior numero possibile di frammenti delle opere di Crisippo (c. 275-206 a.C.) o contenenti dottrine direttamente e con certezza a lui riconducibili.

Stimolato anche da un Premio promesso, poco tempo dopo, dall’Ordine dei Filosofi dell’Università di Gottinga a chi avesse portato a termine un simile compito, il giovane allievo si mise alacremente all’opera e, ottenuto il Premio, amplificò successivamente la sua raccolta fino a farla diventare il testo degli ‘Stoicorum Veterum Fragmenta’ che oggi possediamo, e che vide la luce tra il 1903 e il 1905.

 

Il testo degli ‘Stoicorum Veterum Fragmenta’ è suddiviso in tre volumi:

Il volume I contiene tutti i frammenti di Zenone (c. 330-261 a.C.) e dei discepoli di Zenone, il più noto dei quali è Cleante (c. 320-231 a.C.)

Il volume II contiene tutti i frammenti di Logica e di Fisica di Crisippo

Il volume III contiene tutti i frammenti dell’Etica di Crisippo e i frammenti dei discepoli e dei successori di Crisippo.

 

La redazione del volume IV, contenente vari Indici riferiti al materiale dei precedenti tre volumi, fu da H. von Arnim successivamente affidato alle cure del suo allievo Maximilian Adler, e vide la luce nel 1924.

Questo volume contiene un ‘Index Verborum’ greco che risulta approssimativo e parziale, ma del quale mi sono comunque utilmente servito per portare a termine la mia traduzione italiana, per intanto, dei Frammenti greci del III volume; traduzione che è liberamente accessibile su questo sito alla pagina ‘Stoicorum Veterum Fragmenta’.

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IL TESTO IN EVIDENZA

Il 'Testo in Evidenza' è un testo di Epitteto o di un qualunque altro autore che propongo alla lettura e alla riflessione.
Il 'Testo in Evidenza', a volte preceduto da una mia breve presentazione o saltuariamente seguito da un mio succinto commento, rimarrà disponibile per un tempo variabile. Le critiche o le richieste di delucidazione al 'Testo in Evidenza' proposto sono benvenute e vanno indirizzate a:
sclfnc43@hotmail.com
Nella sezione 'Commenti' pubblicherò, a mia insindacabile discrezione, le richieste o i commenti che mi parranno più pertinenti.

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Questo è il frammento di Marco Aurelio che oggi metto in evidenza. Si tratta di un frammento molto breve, appartenente al libro XI° dei suoi 'Ricordi'. Nonostante la sua brevità, o forse proprio per questo, a me ha rivelato un segreto.

 

"Sfera di fulgida luce è l’animo quando non si distenda su qualcosa, non si contragga in sé, non si esalti, non si deprima ma brilli di quella luce con la quale vede la verità delle cose tutte e quella che in lui è".

 

La proairesi e il mistero della ‘Pala di Brera’.

La cosiddetta ‘Pala di Brera’ è un celebre dipinto su tavola attribuito a Piero della Francesca o alla sua scuola, databile intorno al 1470 e raffigurante la Madonna col Bambino, sei santi, quattro angeli e il duca Federico II da Montefeltro. Il dipinto pervenne a Brera nel 1810 dalla chiesa di San Bernardino a Urbino.

Varie ipotesi sono state proposte sul significato del misterioso uovo di struzzo sospeso al catino absidale, che sarebbe da intendere come simbolo cristiano dei quattro elementi (secondo vari accenni in tal senso contenuti nella letteratura medioevale) e simbolo della creazione, poiché con questo valore viene usualmente appeso nelle chiese dell’Abissinia e dell’Oriente cristiano. Di conseguenza, nel dipinto sarebbe evidente l’allusione alla nascita di Guidobaldo da Montefeltro la cui madre, Battista Sforza, morta nel 1472, fu sepolta proprio in San Bernardino.

Sempre a proposito del mistero dell’uovo, non è da tacere che esso richiama pure l’idea rinascimentale dello spazio centralizzato, perfettamente armonico e simmetrico. Anche il ripristino ideale della struttura originaria della Pala trova sostegno nel fatto che l’uovo appeso sopra il trono si qualifica come centro geometrico della composizione completa: a ribadire, in certo modo, il collegamento con l’assoluta simmetria vagheggiata dai rinascimentali.

Si legga ora il frammento di Marco Aurelio e si tenga a mente che l’italiano ‘di fulgida luce’ traduce l’aggettivo greco ‘augoeidès’ il quale significa basilarmente ‘che ha la natura della luce’ e quindi ‘luminoso’, ‘splendente’, ‘fulgido’.

L’uso dell’aggettivo ‘augoeidès’ si riscontra soltanto due volte negli ‘Stoicorum Veterum Fragmenta’.

In un primo frammento di Galeno (SVF II,219,10) il quale fu, tra l’altro, medico personale di Marco Aurelio, l’aggettivo è riferito al sostantivo ‘astri’, per dire: ‘gli astri hanno natura e sono fonte di luce, sono secchi e dotati di estrema intelligenza’.

In un secondo frammento sempre di Galeno (SVF II,231,20), l’aggettivo è riferito al sostantivo ‘pneuma’, per dire: ‘la facoltà visiva si dissolve quando lo pneuma che ha natura di luce cessi di affluire, in parte o del tutto, (agli occhi) dalla sua causa (arkè) cerebrale'.

Ora, come è stato ben dimostrato da molti studiosi, l’elenco canonico delle 4 cause (arkài) basilari di tutti gli eventi del cosmo, in Aristotele e nella seguente tradizione filosofica, è questo: proairesi (proàiresis), natura (fùsis), necessità (anànke), fortuna (tùke).

È del tutto evidente che il secondo frammento di Galeno avvalora l’interpretazione che ad avere natura di luce e dunque ad essere sorgente di essa non sono le tre restanti cause basilari, ma la causa basilare ‘proairesi’, che viene anche correttamente localizzata come avente sede nel cervello. È dunque la ‘proairesi’ dell’uomo ad essere ‘augoeidès’.

Il primo frammento di Galeno, poi, conferma questa interpretazione in quanto, secondo la tradizione filosofica cui ci stiamo riferendo, anche il cosmo ha una ‘proairesi’ avente la stessa natura di luce. È questa ‘proairesi’ del cosmo che fa splendere gli astri, li fa intelligenti; come quella dell’uomo ne fa splendere gli occhi e gli permette vista e intelligenza. Se ne può concludere che ad essere ‘augoeidès’ è anche la ‘proairesi’ del cosmo.

Chiediamoci ora: come rappresentare pittoricamente questa concezione della ‘proairesi’ del cosmo e dell’uomo? Certamente, nella pittura antica, come una sfera di fulgida luce.

Passano dodici secoli. Mutano genti e linguaggi e l’oblio stende le sue ali inesorabili.

È fuori discussione che nel Quattrocento fosse in pieno sviluppo in Occidente il poderoso movimento di recupero della tradizione greca, legato alle critiche vicende che attraversava in quel periodo Costantinopoli, assediata e conquistata dagli Ottomani. Ci si risveglia, dunque, dopo secoli e ci viene insegnato che in greco moderno e popolare ‘avgà’ indica adesso le ‘uova’ e l’aggettivo ‘avgoeidès’ significa ‘che ha forma di uovo’, ‘ovale’.

I pittori non devono fare anche i filologi. Se Piero della Francesca o chi per lui, tramite i suoi più che colti amici, è venuto a conoscenza del fatto che l’uomo e il cosmo hanno una ‘proairesi’, ne ha compreso il valore e se, nel corso di tante discussioni gli è stata sempre offerta la ovvia e popolare traduzione dell’aggettivo ‘avgoeidès’, perché avere dei dubbi?

Dipingerà la Pala di Brera e metterà al suo centro, tanto geometrico che filosofico, l’oggetto-simbolo di ciò che nell’uomo e nel cosmo è più possente e li fa splendere.

 

COMMENTI

 

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Sulla verità del fatto che il giudizio che esista il 'Bene comune', ossia che le 'Istituzioni' siano dotate di proairesi, è il male assoluto:

.......................... Ma novo e quasi

divin consiglio ritrovar gli eccelsi

spirti del secol mio: che, non potendo

felice in terra far persona alcuna,

l’uomo obbliando, a ricercar si diero

una comun felicitade; e quella

trovata agevolmente, essi di molti

tristi e miseri tutti, un popol fanno

lieto e felice: e tal portento, ancora

da pamphlets, da riviste e da gazzette

non dichiarato, il civil gregge ammira.

 

Giacomo Leopardi ‘Palinodia al Marchese Gino Capponi’ (v. 197-207)

COMMENTI

M. P. scrive:
"Ahò, ecché stai a ddì? Er Papa dice che er bene commune s'a dda fà sémpe! E chi è sto Leopardi che nun l'ho mmai sentito de nominà? E ssalutame a Proairesi. Vabbè!"

A. B. scrive:

Selon Epictète, philosophe stoïcien qui a vécu au premier siècle de notre ère, l'homme est doté d'une "prohairèse" - faculté de faire des jugements. Il peut donc juger et faire des choix en usant de représentations (impressions) sur les choses et les événements. Cette "prohairèse" est libre et inaliénable en toute circonstance. Si l'homme use de sa prohairèse, en apprenant à bien distinguer entre ce qui dépend entièrement de lui et ce qui ne dépend pas de lui, il fera des jugement et des choix justes, en accord avec la nature des choses ("diairèse") et il pourra se croire heureux. C'est un peu simplifié...

Dans son spectacle ‘Apollonia’, Warlikowski constate que, de tout temps, l'homme s'applique à tuer ses congénères. Pour justifier ses crimes, il s'invente des justificatifs sous forme des dieux, des contraintes humaines, des normes, des lois et des usages. Warlikowski illustre ceci par les rites sacrificiels exprimés dans les mythes grecs, en passant directement au crime de l'holocauste. Il finit par dire qu'aucune leçon de l'histoire ne change cet état de choses, en faisant allusion, à la fin, à un soldat israélien prêt à tuer à son tour.

L'homme tue donc en s'inventant toutes sortes de raisons valables: c'est parce que les dieux l'y obligent, parce qu'il faut exorciser le sort, pour sauver sa patrie (quel mot horrible!), parce que son roi, son président, son général le lui ordonne, parce que c'est la loi, sous la menace, pour ne pas mourir à son tour.

Pourtant, dit Warlikowski, nous avons toujours cette faculté libre et inaliénable de faire des choix justes. Et ce n'est pas hier, ni demain, ni "lundi", mais aujourd'hui que nous devons le faire, ce choix de ne point tuer ou de ne pas être complice d'un meurtre.

L'homme va jusqu'à se donner la raison d'anéantir toute une race humaine, en la comparant à du bétail. Mais - dit Warlikowski - y a-t-il une justification à tuer du bétail ? Ce n'est pas Brigitte Bardot qui le contredira. Si nous usons bien de notre "prohairèse", de cette faculté de jugement dont nous sommes dotés, dit Warlikowski, nous devons pouvoir mettre une fin à la boucherie.

Soit, mais quelle est la manière dont Warlikowski nous transmet le fond de sa pensée ? Puisque le monde dans lequel nous vivons (donc nous-mêmes) se dote des lois et des règles lui permettant de justifier le crime, dit-il, je vais vous le démontrer en transgressant, moi aussi, les règles de jeu et de fair play. Moi, votre juge-clown, je vais vous le dire, spectateurs, en vous plaçant face à moi comme dans un ring de boxe et en vous bottant les fesses, en vous flanquant un coup de poing en pleine gueule. Et quand vous serez k.o., anéantis par terre, je vous donnerai encore un coup de pied dans le ventre. C'est comme cela seulement que je peux m'assurer que vous y comprendrez quelque chose.

Vraiment ?

C'est dur…., d'autant plus que formellement et techniquement le spectacle est très bien fait et magnifiquement joué.

P. V. scrive:

Splendido

 

 

Il manuale
The Manual

Frammenti
The Fragments

Libro 1
Book I

Libro 2
Book II

Libro 3
Book III

Libro 4
Book IV


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Franco Scalenghe
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